L’ispirazione per questo articolo me l’ha data una coppia che sto seguendo con il loro piccolo amico a quattro zampe.
Durante una nostra chiacchierata, alla mia domanda se avessero provato a proporgli un’attività come un kong o un masticativo in un momento particolarmente caotico, il signore mi ha risposto “Non gli ho più dato masticativi o kong, perché era migliorato”.
Questa frase mi ha fatto riflettere molto.
Per chi magari non li conosce, ci sono una serie di oggetti – come i masticativi(alimentari e non), i kong, i leccatori…- che possiamo proporre ai nostri cani per aiutarli a gestire momenti di noia, solitudine, di stress per esempio.
Sono strumenti che offrono al cane la possibilità di fare qualcosa di piacevole in autonomia.
E già questo per me è un motivo sufficiente per proporli.
Ma torniamo alla frase di prima.
Il problema da risolvere, l’attività da archiviare

Durante un percorso di educazione o di riabilitazione comportamentale, è normale che la famiglia si concentri sul problema e voglia soluzioni mirate:
– Pluto tira al guinzaglio => cosa devo fare per non farlo tirare?
– Minnie non rimane da sola a casa, abbaia, distrugge oggetti => cosa devo fare per farla smettere?
– Jack odia gli altri cani => cosa devo fare per farlo andare d’accordo con tutti?
È comprensibile, ma il rischio è di guardare al cane come a un insieme di compartimenti stagni, dove ogni comportamento ha il suo “esercizio” da ripetere X volte fino alla scomparsa del problema.
Ma non funziona così.
Un cane non è fatto a compartimenti
Un percorso educativo efficace è fatto di relazioni, di osservazione, di ascolto. Gli esercizi possono esserci, certo, ma non sono il cuore del lavoro. Il cuore sta nel cercare di capire i motivi e le mancanze che portano un individuo a esprimere determinate difficoltà.
E questo vale ancora di più se vogliamo aiutarlo davvero. Serve mettersi in gioco, noi per primi.
Un esempio semplice: se un cane ha dolori alle zampe, potrebbe diventare più nervoso quando altri cani gli si avvicinano. Perché? Perché se lo toccano dove ha male, o se gli danno una zampata facendogli perdere l’equilibrio, è naturale che reagisca. Ma se io, compagno umano, non vedo tutto questo, potrei pensare che il mio cane è “antipatico” o “cattivo”.
(E poi, diciamolo, anche sul modo in cui i cani si avvicinano potremmo aprire un capitolo a parte…)
Oppure un cane che ha alle spalle un passato di abbandoni e passaggi di casa, magari anche un canile, come può sentirsi sicuro in nuova famiglia e fidarsi nuovamente? La famiglia nuova può avere le migliori intenzioni e nessuna idea di abbandonarlo, ma il cane come fa a saperlo?
Non è che da un giorno all’altro può dirsi: “ok, da oggi sono tranquillo, non mi abbandona più nessuno”.
La fiducia non è automatica. Spesso l’incertezza rimane, e può esprimersi in comportamenti che chiamiamo “problematici”: distruzione, agitazione, irrequietezza.
Non sono “strumenti da problemi”
Quando il signore mi ha detto che non davano più il kong perché il cane era “migliorato”, ho capito che, anche se si spiegano bene le ragioni, spesso gli strumenti che proponiamo vengono vissuti come “tampone”, come un “intanto che”.
La famosa soluzione ad hoc che la famiglia cercava.
- “Il mio cane si agita all’arrivo di ospiti” => “diamogli il kong”.
- “Il mio cane adesso è migliorato” => “il kong non serve più”
E invece no. Un’attività come il masticare, o l’annusare in passeggiata, o incontrare altri cani in modo sereno, o esplorare, o giocare… non è una medicina da prendere finché “non passa”.
Sono esperienze che, se piacciono al nostro cane, sono fonti di benessere.
Quando scopri qualcosa che piace al tuo cane, fanne tesoro
Se scopriamo che camminare insieme, perlustrando il posto, fermandosi ad annusare, masticare, risolvere un gioco è piacevole, perché dovremmo proporlo solo durante un percorso educativo, e poi toglierlo?
Quando scopriamo che a quel cane piace molto una certa attività è come scoprire qualcosa di un amico:
- A lei piace leggere!
- A lui piace camminare per le montagne
- A lui piace nuotare
- Lei è appassionata di film!
Ecco, quando conosciamo qualcosa che piace al nostro cane, dovremmo viverla così. Perché il benessere non è assenza di problemi. È anche presenza di piacere, libertà, rilassamento.
Per noi persone poter mettere in pratica quello che ci piace è motivo di benessere, siamo più contenti, se ci pensate anche più rilassati anche se magari più stanchi fisicamente.
E questo non è solo psicologico: si traduce nel nostro corpo con una produzione di serotonina che è l’ormone legato agli stati di felicità.
E magari, grazie a quelle attività, troviamo anche il coraggio di affrontare qualcos’altro. Io, per esempio, ho sempre amato camminare in montagna, ma fino a qualche anno fa, se ero da sola non ci andavo. Mi piace talmente tanto e mi fa stare così bene che invece negli ultimi anni ci sono andata anche da sola (scegliendo i percorsi con cognizione di causa ovviamente!). E oggi viene con me Raya 🙂
Quindi quello che scopriamo del nostro cane, anche se emerge durante un percorso di educazione magari all’inizio come proposta da provare o per affrontare una certa difficoltà, perché non mantenerla anche dopo se aggiunge un pezzetto piccolo o grande di felicità al nostro cane?
Il cane è un individuo, non una proiezione
Quello che ho colto invece da quella frase (“non gli do più il kong, era migliorato”) è stata la mancanza di riconoscimento di un bisogno fondamentale: quello di essere felici.
Non solo nutriti. Non solo protetti. Non solo “non traumatizzati”.
Felici
Un cane non è felice perché lo abbiamo adottato, perché dorme in casa, perché gli diamo da mangiare.
È felice quando, oltre a tutto questo, può esprimere sé stesso, può scegliere, può fare qualcosa che lo appaga.
E siccome vivono con noi, e non hanno accesso al mondo se non attraverso le nostre proposte… quando scopriamo che qualcosa li rende felici, davvero: facciamone tesoro.
