Eccoci con questo approfondimento, scelto dal sondaggio del nostro canale Whatsapp per la serie Articoli da cani.

E dopo il percorso con il mio cane cosa si fa?

Vi dico che un po’ il risultato del sondaggio mi ha stupita (l’argomento alternativo riguardava gli “Stimoli mentali” e ci sarà modo di approfondirlo in un altro articolo).
Mi ha stupita perché da un percorso possiamo portarci a casa molte cose, tanti spunti da mettere poi in atto “fuori” dal percorso stesso.

Forse qualcuno si aspetta una checklist di cose da fare passo per passo. Non è questo il tipo di risposta che troverà qui.
E non avrebbe neppure molto senso, perché il lavoro con il cane non è una sequenza di azioni da spuntare, ma un modo di stare dentro una relazione che continua a evolvere.

Credo che molti vivano il percorso educativo come un punto di arrivo – il cane viene sistemato.
Per me, invece, il percorso non “sistema il cane”: cambia il modo in cui lo si vive.

Mi spiego meglio, parlando ovviamente dei percorsi che propongo io, ma sono certa che vale anche per molti altri percorsi proposti da altri educatori.

Durante un percorso si affrontano spesso le difficoltà che la famiglia vive con il proprio cane (per esempio: “tira in passeggiata”, “abbaia quando vede altri cani”).
Nell’affrontare questi aspetti, emergono inevitabilmente anche altri elementi, perché il cane non è un oggetto da sistemare… non è un automobile a cui cambi il pezzo che sta causando il problema.

Il cane è un individuo e come tale è complesso di suo, in più la famiglia che spesso fatica a riconoscere il proprio ruolo dentro certe dinamiche con il proprio cane, rende il tutto ancora più complicato, ingarbugliato.

Il percorso fa questo in generale: cerca di rendere più leggibile e comprensibile il proprio cane, di fornire alla famiglia degli strumenti pratici per convivere in modo più sano con lui e di conseguenza riportare un po’ di equilibrio nel sistema cane-famiglia.

Gli strumenti del percorso nella vita quotidiana

Gli strumenti, per quello che mi riguardano, passano dall’essere più capaci di leggere correttamente i comportamenti del nostro cane, a proposte concrete da mettere in atto, a sviluppare una maggiore consapevolezza sulle esperienze e sulle occasioni che gli diamo per crescere come individuo.

Il gioco come relazione, non come sfogo

Un esempio è il gioco. In un percorso, il gioco è parte integrante così come le passeggiate.
Per alcune persone è una perdita di tempo.
C’è questa profonda credenza che il cane vada scaricato come una batteria.
Ma questa visione fa perdere il senso del rapporto con il cane. Durante l’incontro di valutazione, alla mia domanda “giocate con lui/lei?” le risposte sono varie, ma tendenzialmente posso raggrupparle in due categorie: “lui si arrangia, gli piace giocare da solo”, “lancio la pallina, ma non la riporta”.

Durante un momento di gioco avviene così tanto, che quando il gioco è ben fatto, sia noi che il nostro cane ci portiamo a casa un sacco di cose. Tramite queste attività, non solo siamo coinvolti in una dinamica insieme, ma possiamo cogliere anche l’occasione di capire un po’ di più del suo comportamento, del suo modo di fare, del suo modo di affrontare qualcosa e andare a migliorare anche aspetti che riguardano proprio quelle difficoltà per cui abbiamo alzato il telefono.

Ecco perché strumenti come il gioco non sono ‘extra’ ma parte del lavoro educativo.

E non si tratta di attività da fare “ogni tanto” o per riempire il tempo. Sono momenti in cui la relazione continua a costruirsi, anche fuori dal contesto del percorso.

Passeggiate e attività condivise

Per esempio, attività come la ricerca olfattiva fatta insieme a noi non sono semplicemente un esercizio: sono occasioni in cui il cane può esprimere competenze naturali, e in cui noi possiamo imparare a leggerlo meglio, a coordinarci con lui, a stare davvero dentro una dinamica condivisa.
Anche una passeggiata fatta con consapevolezza o un gioco costruito in modo partecipato hanno lo stesso valore: non “consumano energia”, ma costruiscono relazione.

E a volte succede che, proprio da queste riflessioni, nasca il desiderio di rimettere a fuoco alcuni strumenti con una guida esterna. Non per iniziare da capo, ma per dare continuità a quello che già si sta costruendo.

Questi strumenti derivano dal percorso.

Dopo il percorso: cosa resta davvero?

Quindi alla domanda “E dopo il percorso con il mio cane cosa si fa?” vi chiedo io qualcosa:
quanto di quello che avete affrontato con l’educatore è riuscito ad entrare davvero nella vostra quotidianità? Con quale costanza? E in quale modo?

Perché vedete, il percorso è un punto di inizio.

Se lo guardiamo come una valigia “simbolica” di ciò che passo io alla famiglia durante un percorso, è una bella valigia.
Piena? Sì, per iniziare sì.
Ma poi quella valigia va controllata, va adattata nel corso del tempo, va integrata con altre cose.

Quanti di quegli strumenti state usando?


Riporto una frase che mi fa male ogni volta che la sento:
“Ho portato il cane ad addestrare ma non è cambiato nulla”.

Questa è una frase che ho sentito diverse volte, ma che raramente racconta davvero tutta la storia.

Perché no: non hai portato il cane ad addestrare. Ci sei andato anche tu.

In molti percorsi con bravi educatori la persona non è un osservatore esterno, ma una parte attiva del processo.

Se la percezione è che non sia cambiato nulla, la domanda utile potrebbe essere:
cosa è riuscito davvero a entrare nella quotidianità e cosa, invece, è rimasto fuori di ciò che è stato visto durante il percorso?

Il percorso come punto di partenza

Dopo un percorso le strade possono essere tante.

C’è chi continua in autonomia, chi ogni tanto torna a confrontarsi su alcuni strumenti o attività (per esempio il clicker, la ricerca olfattiva più approfondita o le passeggiate in gruppo), e chi nel tempo finisce per lasciare andare parte di ciò che aveva acquisito.

Ma il punto, forse, è proprio questo:

il percorso non è il momento in cui il cane cambia.
È il momento in cui cambia il modo in cui lo si osserva, lo si interpreta e lo si accompagna.

E da lì, tutto ciò che accade dopo dipende da come decidiamo di continuare a guardarlo.

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